Facevo la seconda media quando la mia insegnante di lettere ci consigliò “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti come lettura estiva.
Per me, però, la stagione dei libri doveva ancora cominciare: quell’estate non lessi nulla.
Eppure, quel romanzo — come tanti altri — rimase per anni nella biblioteca di casa. Non so dire se fosse arrivato lì perché i miei genitori avevano seguito il consiglio dell’insegnante, senza mai vedere i risultati di quell’investimento, oppure perché era già passato tra le mani di mio fratello maggiore, consigliato dalla stessa docente qualche anno prima. Chi ha fratelli più grandi lo sa: libri e insegnanti spesso si ereditano.
Quest’anno tra i fioretti della Quaresima per me c’era anche quello di non comprare nuovi libri. Leggere, invece, quelli già presenti sugli scaffali e che non avevo mai letto. E dopo The Martian di Andy Weir — di cui ho parlato qualche articolo fa — è stato il turno proprio di questo romanzo.
Ho iniziato a leggerlo sul volo di ritorno dal mio viaggio di nozze, da Auckland a Roma.
In teoria, con tutte quelle ore a disposizione, avrei potuto divorare quattro libri. In pratica, per fortuna, sono riuscito anche a dormire.
La storia è stata fulminante. La voce di Michele, narrata in prima persona con un ritmo quasi cinematografico, ti afferra fin dalle prime pagine e ti spinge ad andare avanti con il bisogno crescente di sapere come andranno a finire le vicende di adulti e bambini di Acqua Traverse, un paesino immaginario bruciato dal sole e da un segreto terrificante.
Non si può parlare troppo della storia senza svelarne gli intrecci, perciò mi limito a dire che è una storia di giustizia in cui proprio l’essere bambino fino in fondo diventa la chiave per “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”1
Bellissimo.
- Italo Calvino, Le città invisibili ↩︎

