12. Uluru

Per tre giorni del nostro viaggio di nozze siamo stati a Uluru, nel cuore del deserto australiano. Un luogo che, fino a poco tempo prima, esisteva per me solo come immagine lontana: quella terra rossa intensa che avevo visto al massimo nei campi da tennis durante l’estate. E invece, questa volta, si stendeva davanti ai miei occhi senza confini.

Già dall’aereo, il Red Centre appariva sconfinato: centinaia, forse migliaia di chilometri di nulla apparente. Una distesa silenziosa e primordiale.

E poi, all’improvviso, Uluru: una massaimponente che emerge dalla pianura come se fosse stata posata lì da una mano invisibile. Una roccia gigantesca, alta circa trecento metri, dalla forma sorprendentemente regolare — quasi un lingotto scolpito dalla natura.

La prima reazione è quasi razionale: che cosa ci fa qui?

Avvicinandosi in macchina, e ancora di più a piedi, si percepisce chiaramente che questa roccia custodisce qualcosa di antico, di profondamente radicato nel tempo. Il silenzio che la circonda, interrotto solo dal fruscio della vegetazione sparsa, e la sua presenza che spezza l’orizzonte in modo così netto, generano una sensazione difficile da descrivere: un misto di mistero, solennità e incredulità.

Nel corso della giornata, il movimento della Terra trasforma Uluru in una tela viva: i colori cambiano continuamente, dal rosso acceso all’arancio, fino a tonalità più scure e profonde.

La nostra guida ci ha raccontato che Uluru è un luogo sacro per gli aborigeni australiani. Questa roccia esiste da oltre cinquecento milioni di anni e, come un’oasi nel deserto, ha reso possibile la vita nel cuore dell’Australia.

Come una gigantesca spugna, la roccia assorbe l’acqua piovana e la rilascia lentamente, creando piccoli bacini d’acqua dolce che permettono alla vegetazione di sopravvivere. Non sorprende, quindi, che questo luogo sia stato — e sia tuttora — venerato.

Ma Uluru non è solo geologia.
Sulle sue superfici si leggono segni, incisioni naturali, erosioni che raccontano storie tramandate da generazioni. Ogni racconto che abbiamo ascoltato sembrava aprire una finestra su un tempo remoto, fatto di spiriti, conflitti, e forze ancestrali. Era come assistere a battaglie tra il bene e il male, ambientate su questa terra arsa dal sole.

Una storia, in particolare, mi ha completamente catturato: quella del popolo Mala.

È stata raccontata attraverso uno spettacolo di luci, droni e proiezioni, con Uluru sullo sfondo e un cielo stellato sopra di noi che sembrava irreale. Per mezz’ora, il mondo intorno è scomparso. Eravamo lì, sospesi tra presente e passato, immersi in qualcosa di profondamente evocativo.

Raccontarla qui non renderebbe giustizia a ciò che abbiamo vissuto. Ma una cosa mi è rimasta dentro: la sensazione che molte delle grandi storie che ci affascinano oggi — quelle che vediamo al cinema o leggiamo nei libri — traggano la loro ispirazione proprio da questi racconti tramandati per secoli.

Popoli ancestrali. Lotte tra il bene e il male. Lingue antichissime. A te cosa ricorda?

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