16. La pizza scema

Convenzionalmente si parla di sette arti: architettura, pittura, scultura, musica, letteratura, danza e cinema. Ma io ne aggiungerei tranquillamente un’ottava: la cucina.

Crescendo mi accorgo sempre più che cucinare e mangiare non equivale solo a nutrirsi.

È qualcosa che può tenerci insieme allo stesso tavolo, a guardarci negli occhi e a raccontarci, a conoscerci.

È qualcosa che può farci viaggiare nel tempo, magari a quando eravamo bambini, come mi è successo nel mio recente viaggio in Australia. Qui ho scoperto che il dolce nazionale è il Lamington: piccoli cubi di pan di Spagna ricoperto da cioccolato fondente e cocco; ovvero i “dolcetti al cocco” che mia mamma mi faceva quando ero piccolo (dovendo poi lucchettare il frigo).

E come in molte forme d’arte – anche in cucina la semplicità spesso è la chiave. Penso alla “Pizza Scima” (che in dialetto vuol dire pizza scema): una focaccia friabile della tradizione povera abruzzese, fatta con farina, olio, vino e sale. Dieci minuti per prepararla, venti per cuocerla. That’s it.

L’ho fatta recentemente sentendomi pronto per MasterChef, ma poi mi sono ricordato che non c’entra nulla con una performance. È semplicemente una goduria mangiarla, e una gioia mostrarla in videochiamata a mia nonna, che è stata lei a insegnarmela.

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