29. I dati non mentono

Dopo aver letto La solitudine dei numeri primi, mi sono affezionato alla voce narrante di Paolo Giordano: al suo modo di scrivere limpido e regolare, simile a un flusso di coscienza levigato con cura.

Per questo ho deciso di leggere anche il suo romanzo del 2022, Tasmania. Il titolo aveva suscitato subito la mia curiosità, soprattutto dopo il mio viaggio in Australia, anche se ho scoperto ben presto che l’isola australiana non c’entra molto. Entra nella storia attraverso una tagliente riflessione del professor Novelli, uno dei personaggi più interessanti del romanzo:

«Se proprio dovessi, sceglierei la Tasmania. Ha buone riserve di acqua dolce, si trova in uno stato democratico e non ospita predatori per l’uomo. Non è troppo piccola ma è comunque un’isola, quindi facile da difendere. Perché ci sarà da difendersi, mi creda».

Novelli e Paolo, il protagonista, sono entrambi uomini di scienza. Il primo è un professore universitario di fisica dell’atmosfera; il secondo è un fisico che, dopo molti anni trascorsi nella ricerca, ha scelto di dedicarsi alla comunicazione scientifica.

Nella quotidianità di questi due personaggi, così come nelle esperienze dei loro colleghi, ho ritrovato molte situazioni che ho vissuto personalmente o che ho visto attraversare da miei conoscenti alle prese con il mondo della ricerca scientifica e dell’università.

Al centro del romanzo ci sono temi enormi come il cambiamento climatico e la bomba atomica, affrontati con grande lucidità attraverso le loro conseguenze e implicazioni. Ma c’è anche tanto di quello che si respira negli ambienti accademici: il precariato, i concorsi fasulli, la disparità di genere, il nomadismo e molto altro.

E poi ci sono i dati.

Nella ricerca scientifica, i dati servono a dimostrare una teoria. In Tasmania, inoltre, diventano uno degli ingranaggi fondamentali della narrazione. È ancora Novelli, commentando un avvenimento decisivo del romanzo, ad alimentare un dibattito che esiste e continua al di fuori di queste pagine:

«Fornitemi delle misure accurate e io saprò dirvi la verità sul mondo».

Si potrebbe dire che, nella scienza, questa affermazione regni sovrana. E, per certi versi, è giusto che sia così: la conoscenza scientifica progredisce attraverso la raccolta, l’analisi e l’interpretazione dei dati. Ma l’attendibilità di una conclusione nasce soprattutto quando quei risultati vengono esaminati, messi alla prova e confermati da una comunità più ampia.

È questo uno dei principi fondamentali della scienza. Altrimenti, selezionando qualche dato e inserendolo nella narrazione più conveniente, ciascuno di noi potrebbe arrivare a sostenere praticamente qualunque cosa.

Come mostra la storia raccontata nel romanzo, sono proprio la revisione, il confronto e il controllo del modo in cui i dati sono stati raccolti a fare la differenza. Non basta possederli: bisogna anche sapere da dove arrivano e come sono stati ottenuti.

Tasmania è davvero un bel libro, che consiglierei soprattutto a chi lavora o ha lavorato nella ricerca scientifica, perché potrebbe riconoscersi in molti dei suoi passaggi, nelle dinamiche professionali e nelle inquietudini dei personaggi.

Ha però anche un difetto. Un mio amico direbbe che alla storia manca “verticalità”. Io direi che quanto meno le manca un po’ di speranza. Come ho scritto in una piccola recensione su Goodreads, è un peccato che il protagonista non incontri nessuno capace di sottrarlo al suo procedere per inerzia. Ma forse va bene così: nessuna storia finisce davvero con l’ultima pagina.

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