“Vivevano in appartamenti spogli, che non si davano nemmeno la pena di arredare, tanto li avrebbero lasciati entro due anni”.
È curioso: ho letto queste parole nel romanzo che mi sta accompagnando in questo periodo, Tasmania di Paolo Giordano, proprio nei giorni in cui io e mia moglie abbiamo deciso di riarredare il nostro appartamento in affitto.
In questo breve passaggio, marginale rispetto alla trama del romanzo, compaiono due giovani professionisti che, come tanti oggi, iniziano la propria carriera conducendo una vita quasi nomade, sempre pronti a cambiare città e a ricominciare altrove. È una condizione comune anche a chi, come noi, sceglie di non investire troppo nella casa in cui vive al momento. Un paio di anni fa, infatti, abbiamo affittato questo appartamento non ammobiliato e lo abbiamo riempito nel giro di pochi fine settimana con mobili di seconda mano, scelti soprattutto perché economici e funzionali alla nostra quotidianità.
Qualche settimana fa, però, ci siamo ritrovati a parlare di come rendere la nostra casa un po’ più accogliente. Così abbiamo deciso di giocare con ChatGPT: gli abbiamo inviato tre fotografie dell’appartamento spoglio e gli abbiamo chiesto di comportarsi come un interior designer. “Ti allego le immagini della zona giorno del mio appartamento vuoto. Genera delle immagini equivalenti, ammobiliandolo nel modo più bello possibile”.
In pochi secondi ci ha restituito una nuova versione della nostra casa, capace di lasciarci a bocca aperta. Il risultato ci piaceva moltissimo e, sorprendentemente, gli interventi necessari per avvicinarci a quell’immagine erano piuttosto semplici: qualche mobiletto, un tappeto e pochi altri oggetti, facilmente reperibili nell’immenso e vivacissimo mercato dell’usato di Monaco di Baviera.
Non ci abbiamo pensato due volte e abbiamo dato inizio al nostro piccolo progetto di riarredo, affrontandolo quasi come un hobby artistico: come se stessimo realizzando un dipinto, un collage o un lavoro di artigianato.
Mentre sistemavamo mobili e decorazioni, ho ripensato alla visita all’Hospital de Sant Pau di Barcellona, progettato affinché anche la bellezza degli ambienti potesse accompagnare i pazienti durante la convalescenza, trasmettendo tranquillità, speranza e gioia.
Mi sono convinto anch’io che vivere ogni giorno in uno spazio che ci piace osservare, attraversare e abitare sia tutt’altro che secondario. La felicità, molte volte, nasce anche da ciò che ci circonda e dalla bellezza che riusciamo a portare nella quotidianità. D’altronde, qualcuno si è persino spinto a dire che sarà proprio la bellezza a salvare il mondo…

