Lo scorso fine settimana sono stato al cinema a vedere il film che sta segnando questa estate cinematografica: The Odyssey di Christopher Nolan.
Devo essere sincero: quando è uscito, non ero sicuro di voler andare a vederlo. Non perché il film non mi interessasse — al contrario, ero molto curioso — ma perché, vivendo in Germania, la possibilità migliore era guardarlo in lingua originale.
La mia quotidianità lavorativa si svolge quasi interamente in inglese, quindi qualcuno potrebbe chiedersi: «Where is the problem?». Il problema è che avevo già affrontato un film di Christopher Nolan in lingua originale: Oppenheimer. In quell’occasione avevo capito davvero poco, tra dialoghi serrati, termini scientifici e discorsi politici. Ero uscito dal cinema più frustrato che soddisfatto, quasi triste per non essere riuscito a godermi un film che attendevo da tempo. Non vedo l’ora, infatti, di rivederlo in italiano.
Poi, però, sono arrivati i primi commenti degli amici che, come me, avevano visto The Odyssey in inglese. Tutti mi hanno rassicurato: questa volta la lingua era molto più accessibile. Mi sono quindi deciso ad andare e, con mia piacevole sorpresa, ho trovato non solo un film godibilissimo in versione originale, ma anche una rilettura dell’Odissea molto interessante.
Il mio timore era quello di molti: che, una volta arrivato negli studi di Hollywood, il mito omerico venisse sacrificato in favore del classico kolossal, che favorisce gli effetti speciali alla profondità. Nolan, invece, pur concedendosi alcune libertà, mi è sembrato fedele ad Omero. (PS. Che poi, come mi fa notare un mio amico classicista, qualcuno sa chi è Omero? 😛)
Naturalmente, non tutti saranno d’accordo. Il regista riscrive alcuni passaggi e propone una propria interpretazione, avvicinando il viaggio di Ulisse alla sensibilità contemporanea. Il suo ritorno da Troia a Itaca diventa così anche un percorso di guarigione: quello di un uomo segnato da una guerra lunga e feroce, conclusa in modo tutt’altro che limpido.
Sui banchi di scuola molti di noi hanno ammirato l’astuzia di Ulisse e la sua geniale invenzione del cavallo di Troia. Ma quanti si sono mai domandati quale fosse il confine tra intelligenza e inganno? E quanto fosse lecito ottenere la vittoria in quel modo?
Nella versione di Nolan, Ulisse diventa allora più umano e vicino a noi. Non è soltanto l’eroe brillante capace di superare mostri, tempeste e divinità, ma un uomo costretto a confrontarsi con ciò che ha fatto, con ciò che ha perduto e con la persona che è diventato durante la guerra.
L’Odissea è una storia capace di attraversare il tempo e di offrire, ancora oggi, nuove prospettive da cui osservare l’uomo e il mondo. Lo dimostrano i saggi, i commenti e i romanzi che continuano a confrontarsi con il mito omerico, trovandovi ogni volta significati e spunti diversi. Anche il film di Nolan riesce a farlo, e lo fa bene.

