5. Naviganti

Sono le 13.21. Ho appena finito di pranzare con i miei amici e alle 14.00 in punto mi aspetta una riunione aziendale dall’altra parte della città. Vivo qui da poco, non conosco ancora bene le strade e il tempo stringe. Come faccio ad arrivare puntuale nella sala riunioni prestabilita?

Estraggo dalla tasca il mio fedele alleato: lo smartphone. Apro Google Maps, digito il nome dell’edificio e premo il pulsante blu, rassicurante, “Vai”.

Nel giro di un paio di secondi l’applicazione mi propone tre itinerari diversi: 20 minuti a piedi, 26 in autobus, 12 in auto. Oggi scelgo di camminare: mi aiuterà a digerire il pranzo e ad arrivare più lucido e carico all’incontro. Anzi, visto che ho ancora qualche minuto, aggiungo una deviazione. Un bar che mi hanno appena consigliato, proprio lungo il percorso: un caffè al volo, e poi dritto in riunione.

Tutto questo ci sembra normale. Eppure, fino a pochi decenni fa, sarebbe sembrato pura fantascienza.

La possibilità di muoverci nello spazio seguendo istruzioni precise, aggiornate in tempo reale, ha trasformato radicalmente il nostro modo di spostarci ed esplorare il mondo. Dietro la semplicità di una linea colorata che ci guida su una mappa si nasconde un sistema tecnologico straordinariamente complesso.

Tra i tanti ingranaggi che rendono possibile la navigazione moderna, ce n’è uno fondamentale e quasi invisibile: il GPS, insieme ad altre costellazioni satellitari come il sistema europeo Galileo, ci fornisce un servizio cruciale: la localizzazione in tempo reale. In altre parole, quel piccolo pallino blu che indica dove siamo sulla mappa digitale.

I nostri telefoni, smartwatch o navigatori, infatti, non sanno “da soli” dove si trovano sulla superficie terrestre. Per orientarsi, guardano sempre verso l’alto — molto in alto — a circa 20.000 chilometri sopra le nostre teste. A quell’altitudine orbitano una moltitudine di satelliti: poco più di trenta per il GPS, una costellazione simile per Galileo. Satelliti che si muovono in modo coordinato affinché, ovunque ci troviamo sul pianeta, ce ne siano sempre alcuni “visibili”.

Mentre orbitano nello spazio, questi satelliti trasmettono continuamente un segnale verso la Terra. Un segnale che contiene due informazioni essenziali: l’istante preciso in cui viene inviato e la posizione esatta del satellite in quel momento.

I dispositivi che teniamo in tasca o al polso ricevono questi segnali, che viaggiano alla velocità della luce — circa 300.000 chilometri al secondo — e coprono la distanza tra satellite e Terra in poche decine di millisecondi. Confrontando i tempi di arrivo dei segnali provenienti da almeno quattro satelliti diversi e incrociando questi dati, il nostro telefono riesce a calcolare la propria posizione sulla superficie terrestre.

Il risultato? Una precisione sorprendente: nell’ordine di pochi metri per il GPS tradizionale, che può scendere a decine di centimetri grazie ai sistemi più avanzati come Galileo. Il tutto sempre a disposizione nella nostra tasca.

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