3. Nuvole Bianche

Ci sono cose di cui non ci si stanca mai.
Un film visto e rivisto. Un argomento affrontato centinaia di volte. Una canzone.

Ecco, tra le cose che non mi stancherò mai di ascoltare c’è Nuvole Bianche, un brano del pianista Ludovico Einaudi. L’ho ascoltato innumerevoli volte: mentre riposavo, mentre studiavo o lavoravo; a volte persino mentre ero in palestra.

È una musica che cattura l’attenzione fin dalle prime note.

C’è una nascita. Calma, lenta. I primi passi.
Poi un alzarsi in piedi, un iniziare a camminare — forse anche a danzare. A un certo punto il ritmo accelera leggermente. Succede qualcosa. Forse uno sguardo indietro, forse una scelta da compiere per capire dove andare avanti. Seguono delle pause.

E poi si riprende. Un nuovo ritmo, costante, ma diverso da quello iniziale. In certi momenti si sfiorano note più alte, più intense. Fino a un’interruzione improvvisa. Più lunga. Silenzio. Secondi sospesi, quasi vuoti.

Dolcemente, la musica ritorna. Con la stessa melodia e lo stesso ritmo dell’inizio. Si risale più velocemente verso i momenti di maggiore intensità. E infine tutto si scioglie, con calma, dolcezza e silenzio.

In una lettera a suo figlio, lo scrittore e filologo J.R.R. Tolkien parla dell’importanza del “non detto” nel raccontare una storia. Non spiegare tutto, ma lasciare spazio. Suggerire. Permettere al lettore di abitare ciò che legge, di renderlo più suo, più vicino alla propria esperienza.

Ecco, in questo senso, il brano di Einaudi non contiene — ovviamente — alcuna parola. Si potrebbe dire che non “dice” nulla secondo il canone della comunicazione verbale. Eppure, credo che qui il non dire funzioni in modo straordinario.

Non ricordo con precisione quando ascoltai questo brano per la prima volta. Dovevo avere circa quindici anni. Ricordo però nitidamente l’effetto: mi colpì subito perché, come accade ancora oggi, mi sembrò che ogni nota fosse parte di una narrazione. Di una storia più grande che si lasciava intuire attraverso la musica, senza bisogno di parole.

A me sembra che a Nuvole Bianche basti la melodia per costruire un primo, un secondo e un terzo atto. Una storia che, a seconda di chi ascolta, può essere avvincente, commovente, triste o luminosa. Che può raccontare una giornata qualunque o un intero periodo della nostra vita.

E trovo bellissimo che esistano alfabeti diversi dalle parole e che siano capaci di raccontare e toccare altrettanto efficacemente.

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