Qualche settimana fa ho iniziato a leggere The Martian, il romanzo di Andy Weir da cui è stato tratto il celebre film di Ridley Scott, con Matt Damon nei panni dell’astronauta Mark Watney.
È una storia che molti conoscono: un astronauta rimane accidentalmente bloccato su Marte e deve fare affidamento unicamente sulle proprie competenze per sopravvivere. Ma ciò che rende questo racconto davvero speciale non è solo la trama, bensì il modo in cui viene costruito.
Weir accompagna il lettore dentro ogni decisione di Watney con un rigore sorprendente, senza mai risultare pesante. Tutto è logico, plausibile, concreto: dalla scienza alla tecnologia, fino agli stati d’animo del protagonista. È come assistere a un continuo esercizio di problem solving, in cui ogni ostacolo diventa un invito a pensare, a creare, a trovare una via.
E funziona. Funziona così bene che ci si ritrova a voltare pagina con una sola domanda in testa: “E ora?”. Ed è forse proprio questo uno dei segnali più chiari di una storia che funziona.
Da ingegnere, poi, non posso non provare una certa meraviglia davanti alla creatività delle soluzioni immaginate. Ogni problema viene affrontato con ciò che c’è a disposizione: niente scorciatoie, niente magie. Solo ingegno, conoscenza e una buona dose di ironia.
Tra tutte, mi ha colpito in modo particolare il modo in cui viene gestita la comunicazione con la Terra. Una volta ristabilito un contatto con la NASA, emergono subito limiti enormi: il ritardo del segnale tra Marte e Terra — circa sei minuti per tratta — e l’assenza di un sistema immediato per scambiarsi messaggi complessi.
Si parte da una comunicazione essenziale, fatta solo di “SÌ” e “NO”. Ma, passo dopo passo, Watney riesce a creare un sistema di comunicazione utilizzando il codice ASCII convertito in esadecimale, sfruttando la telecamera del Mars Pathfinder. In questo modo, sequenze numeriche diventano lettere, e lettere diventano parole.
Ho trovato il film e il romanzo davvero geniali. A dimostrazione del fatto che quando competenze diverse – in questo caso lo storytelling e la scienza – si incontrano, invece di restare separate, possono creare capolavori.

