23. L’architetto di Dio

Nato nel 1852, probabilmente a Reus, Antoni Gaudí si trasferì a Barcellona nel 1870 per studiare architettura. Non era uno studente particolarmente disciplinato, ma possedeva un’immaginazione fuori dal comune e un desiderio profondo di creare qualcosa di nuovo, diverso da tutto ciò che si era visto fino ad allora. Lo testimoniano le celebri parole pronunciate dal direttore della sua Scuola di Architettura al momento della laurea: «Non so se abbiamo dato il diploma a un pazzo o a un genio. Il tempo lo dirà».

Domenica ho visitato Casa Batlló e la Sagrada Familia e ne sono uscito letteralmente a bocca aperta.

Casa Batlló è una delle opere più affascinanti di Gaudí e ha come filo conduttore il mare. Le sue forme sinuose, i richiami alle onde, alle conchiglie, alle branchie dei pesci e alle infinite sfumature del blu trasformano l’edificio in una sorta di creatura marina emersa lungo il Passeig de Gràcia.

Passeggiando tra le stanze si ha l’impressione di trovarsi qualche chilometro più a sud-est, immersi nelle acque della Barceloneta. O forse a bordo di un veliero, con le finestre che ricordano grandi oblò affacciati su pareti rivestite di ceramiche azzurre che sfumano gradualmente verso l’alto, evocando meravigliosi fondali marini. Persino i condotti di aerazione in legno sembrano aprirsi e chiudersi come branchie di pesce. È una continua danza tra ingegno tecnico e creatività.

La Sagrada Familia è invece il progetto a cui Gaudí dedicò tutta la sua vita, rinunciando progressivamente a ogni altro incarico. Attraverso la pietra, e attraverso il proprio sguardo, cercò di raccontare la vita di Cristo in un capolavoro del modernismo che ancora oggi continua a essere costruito seguendo i suoi disegni, i suoi modelli e i suoi schizzi. Era perfettamente consapevole che non avrebbe mai visto completata la sua opera, eppure continuò a lavorarci fino all’ultimo giorno.

È un edificio giovane e allo stesso tempo maestoso, quasi fuori dal tempo. A colpire non è l’antichità, ma l’incredibile creatività espressa in ogni dettaglio. Dalle torri dedicate ai dodici apostoli, ai quattro evangelisti, a Maria e infine a Gesù Cristo, la più alta di tutte. Alta 172,5 metri per la precisione: mezzo metro meno del monte Montjuïc, perché Gaudí riteneva che «le opere dell’uomo non possono superare quelle del Creatore».

Poi si entra all’interno del capolavoro. Qui si apre un bosco di colonne in pietra che si innalzano come alberi e sostengono una volta attraversata da una luce straordinaria. Le vetrate colorate trasformano l’ambiente in un arcobaleno di sfumature che sembra rendere gloria insieme al Creatore e al creato. Per Gaudí, infatti, la natura era la più grande maestra d’arte. Non a caso affermava che l’originalità consiste nel tornare all’origine.

E forse proprio grazie a questa danza di colori, il contrasto con la durezza della Facciata della Passione rende in modo molto efficace. Qui la pietra diventa spoglia, quasi scheletrica. Le travi sembrano muscoli in massima tensione mentre sostengono le stazioni della Passione fino alla Crocifissione di Cristo.

Al di sopra di tutto questo si erge una statua del Cristo Risorto, che sembra quasi invitare a rientrare nella Basilica, a lasciarsi avvolgere nuovamente dalla luce e dai colori.

Rientrando nella Sagrada Família si capisce: è l’albeggiare della Pasqua.

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