Ho appena terminato di leggere I Fratelli Karamazov, capolavoro di Fëdor Dostoevskij, e ne sono uscito letteralmente travolto.
Definirlo semplicemente “un romanzo” sarebbe riduttivo, per la quantità e la profondità dei temi che attraversano una storia incredibile, struggente e bellissima. Mitja, Ivàn e Alëša, i fratelli Karamazov, ma anche Fëdor, il loro crudele padre, non rappresentano soltanto dei personaggi o degli stereotipi: incarnano veri e propri tratti della personalità che, in misura diversa, appartengono a ciascuno di noi.
Mitja è l’uomo delle passioni, dell’impulso, dell’impossibilità di frenarsi anche quando le conseguenze rischiano di essere amare e dolorose.
Ivàn rappresenta invece l’ateo, il calcolatore, la parte più cerebrale di noi: quella che vorrebbe racchiudere ogni cosa dentro un ragionamento alto, elegante, apparentemente capace di spiegare il senso di tutto.
Alëša è l’eroe indiscutibile dell’intera vicenda. Un personaggio quasi angelico, innamorato di Dio e capace di riconoscersi “colpevole davanti a tutti e per tutti”, come gli insegna, e soprattutto gli imprime nel cuore, il suo starets (guida spirituale), padre Zosima.
I tre fratelli si muovono intorno a una sorta di parabola del figliol prodigo rovesciata. Al centro c’è Mitja, che reclama avidamente la propria parte di eredità al padre Fëdor, il quale però gliela nega. Anzi, sembra volerla usare proprio contro di lui, contro la sua passione più grande.
Decisivo motore della storia sarà poi il servo Smerdjakov, probabilmente figlio illegittimo di Fëdor, con la sua visione del mondo fredda, rancorosa e disperata, e con le sue conversazioni sottili e velenose con Ivàn.
A colpirmi più di tutto sono stati gli atteggiamenti e le personalità dei personaggi: figure che, in fondo, ognuno di noi sembra già conoscere prima ancora di leggere il libro. Dostoevskij le descrive in modo impeccabile, portando un romanzo di quasi centocinquant’anni fa fuori dal tempo e rendendolo ancora oggi attuale.
La vicenda è una montagna russa di quasi mille pagine, a seconda della traduzione e dell’edizione. Alcune scorrono incalzanti, veloci, quasi febbrili; altre sono lente, inesorabili, a tratti interminabili, eppure indispensabili.
È un libro di cui bisogna parlare. Un libro che, capitolo dopo capitolo, ci fa desiderare sempre più profondamente di assomigliare ad Alëša: un eroe vero, immerso in un mondo reale, ferito e contraddittorio, ma ancora capace di credere, amare e perdonare. Ed è forse proprio per questo che, alla fine, viene spontaneo dire: “Viva Karamazov!”.

